Discovery Italy a Sestri Levante e quattro giorni con buyer internazionali tra Albenga e Finale Ligure: cosa ho imparato lavorando a un progetto di rete tra destinazioni.
C’è una differenza sostanziale tra promuovere una destinazione e trasformarla in prodotto. La prima è una questione di comunicazione. La seconda è una questione di strategia — e richiede un lavoro che spesso rimane invisibile, ma che decide tutto.
Negli ultimi mesi ho lavorato a un progetto che ha messo insieme entrambe le dimensioni: Discovery Italy, il workshop B2B di Sestri Levante, e il fam trip che ne è seguito, con quattro buyer internazionali ospiti per quattro giorni tra Albenga e Finale Ligure.

Discovery Italy: niente stand, solo relazioni
Discovery Italy non è una fiera nel senso tradizionale. Niente stand, niente pubblico generico. Il format si basa su incontri one-to-one schedulati — 15-20 minuti, un operatore di fronte a un buyer, un’agenda costruita attraverso un sistema di matchmaking che già prima dell’apertura dei lavori ha definito chi incontrerà chi, e perché.
Si arriva sapendo già con chi si parlerà, e di cosa. Questo cambia tutto: la casualità tipica delle fiere viene quasi del tutto eliminata, e ogni incontro ha il peso di un appuntamento scelto.
Per chi lavora sulla comunicazione di destinazione, questo significa che il materiale da portare in sala non può essere generico. Deve rispondere a domande specifiche, intercettare un profilo preciso di viaggiatore, parlare la lingua di chi costruisce pacchetti per mercati definiti.

La scelta della rete: tre destinazioni, un racconto unico
Albenga, Finale Ligure e Diano Marina si sono presentate al workshop ciascuna con la propria identità. Ma per il post tour ufficiale hanno scelto di fare una cosa non scontata: costruire insieme un programma unico e lineare, capace di raccontare la Riviera Ligure di Ponente come un sistema coerente.
Il lavoro preparatorio ha richiesto un allineamento reale — non formale — su un punto cruciale: il target. Le tre destinazioni hanno concordato di puntare su un turista slow, interessato a esperienze enogastronomiche, culturali e di outdoor non impegnativo. Un profilo che potremmo chiamare silver traveller o famiglia in cerca di autenticità: chi vuole scoprire un territorio attraverso i suoi sapori, i suoi borghi, i suoi ritmi.
Questa scelta ha orientato tutto il resto: la selezione dei buyer — quattro professionisti da Danimarca, Cina, Stati Uniti e Repubblica Ceca, tutti con un portafoglio orientato al turismo esperienziale — e la costruzione di un itinerario che non fosse solo attrattivo, ma coerente con quanto promesso in fiera.
Il fam trip: quando la destinazione smette di essere una presentazione
La fiera è il momento del racconto. Il post tour è il momento della verifica.
Ad Albenga il programma ha esplorato l’anima agricola della piana: birra artigianale abbinata a tapas liguri, bicicletta tra le aziende agricole, un laboratorio di pesto in agriturismo, la visita a una cantina con degustazione di Pigato e il Museo della Civiltà dell’Olivo. Il giorno successivo ha aperto il capitolo mare — SUP, snorkeling, giri intorno all’Isola Gallinara — per completare il ritratto di una destinazione che sa muoversi tra terra e acqua.
A Finale Ligure il filo conduttore è stato culturale e paesaggistico: Varigotti, il Sentiero del Pellegrino, Noli, una cena con menù degustazione. Poi mare e artigianato — uscita a vela con pranzo a bordo, visita a Finalborgo e alle botteghe di Fatto a mano a Finalborgo — prima dell’evento conclusivo alla Fortezza di Castelfranco, dove buyer e amministratori si sono ritrovati insieme.
Trasversale a tutto: la presentazione strutturata del ricettivo di ogni destinazione, con attenzione alla coerenza con il target. Non un elenco di alberghi, ma una mappatura ragionata di cosa ogni territorio sa offrire concretamente a un tour operator che costruisce pacchetti per quel tipo di cliente.

Il backstage: il lavoro che non si vede
Un programma così articolato non si costruisce per caso. E uno degli aspetti più interessanti di questo progetto è stato proprio il lavoro invisibile che lo ha tenuto insieme.
Ogni destinazione ha avuto un referente operativo dedicato. Ma questi referenti hanno lavorato in coordinamento stretto, costituendo di fatto un team unico. I buyer hanno vissuto un’esperienza fluida e coerente — e quella fluidità era il risultato di un allineamento che, tra amministrazioni pubbliche, non è mai scontato.
Un altro dettaglio che dice molto sul livello del progetto: i cadeaux lasciati nelle camere dei buyer non erano gadget generici. Albenga ha scelto una borraccia ecologica e una borsa stagna — perfette per le escursioni in bici e le uscite in mare. Finale Ligure ha preparato prodotti della pasticceria Ferro e un’opera artigianale di Fatto a mano a Finalborgo. Piccoli gesti, ma capaci di raccontare una destinazione che pensa all’ospite in modo coerente con la propria identità.



Cosa porto via da questo progetto
I risultati concreti di un fam trip — i pacchetti, i cataloghi, i clienti indirizzati — maturano nel tempo. Non si misurano il giorno dopo.
Ma quello che questo progetto lascia già ora è qualcosa di più strutturale: un modello. Una rete di destinazioni riesce a costruire un’offerta che vale più della somma delle sue parti quando sa fare tre cose insieme — definire un target comune e coerente, coordinare la propria azione con la stessa professionalità che si chiede agli operatori privati, e trasformare ogni tappa in un capitolo di una storia più grande.
La foto di gruppo alla Fortezza di Castelfranco — buyer internazionali e assessori locali fianco a fianco — è forse l’immagine più onesta di come funziona davvero la promozione turistica quando è fatta bene.

Non una brochure. Non uno stand. Una relazione. Costruita nel tempo, curata nei dettagli, condivisa tra chi ci crede.


